La situazione del contagio da Covid-19 in Bielorussia è più drammatica di quanto riferiscano le fonti ufficiali.

Si deduce dal personale riscontro telefonico con gli amici bielorussi, dalle informazioni che giungono direttamente alle famiglie che hanno ospitato “i bambini di Chernobyl”, da siti web e community indipendenti, da blogger locali, da video trasmessi dai propri cellulari via whats app e viber e che riprendono ambulanze con personale bardato di tutto punto portare via i propri vicini; si deduce, infine, dal recentissimo appello video realizzato autonomamente da 25 medici bielorussi di varie specializzazioni in cui, preoccupati per la situazione del loro paese, impartiscono le raccomandazioni ai cittadini (https://www.mondoincammino.org/articoli/covid-19-appello-per-la-bielorussia/).

La situazione è particolarmente grave a Vitebsk, ormai definita “la Bergamo bielorussa”: diversi medici e infermieri sono stati infettati dall’arrivo di centinaia di pazienti con problemi polmonari e, almeno una dozzina, sono morti. I 4 ospedali della città sono stati convertiti a ospedali Covid-19 e sono occupati al massimo delle loro potenzialità. Gli operatori sanitari lavorano con scarsi DPI. Molti pazienti sono stati trasferiti all’ospedale di Orsha in cui, di conseguenza, si dono generati altri preoccupanti focolai di infezione.

Situazione gravi vengono registrate in tutte le altri maggiori città della Bielorussia (Gomel, Mogilev Minsk, Grodno e, per ultimo, Brest), ma anche in realtà più piccole.

La mancanza di misure di contenimento (come la quarantena per tutto il paese), il fatto che la gente possa viaggiare liberamente, che i mezzi di trasporto privati e pubblici siano circolanti senza limitazioni e confini, che tutti i negozi e i mercati possano rimanere aperti (quelli chiusi lo sono per iniziativa individuale), che il campionato di calcio sia in corso (nonostante l’opposizione di diversi tifosi), è fonte di grave preoccupazione. Si sta prefigurando una situazione uguale a quella della Lombardia, non solo per la regione di Vitebsk, ma per tutta la Bielorussia. In alcune realtà (come quella di Mogilev) si assiste ad una “quarantena popolare” volontaria: la gente, senza aspettare le indicazioni statali, ha deciso in propria autonomia la quarantena. Arrivano foto della città deserta e di cittadini che viaggiano con le mascherine.

Ma ci sono molti altri bielorussi che non capiscono la gravità della situazione, fuorviati dalle rassicurazioni governative (è sufficiente respirare all’aria aperta, praticare sport e mangiare cibi grassi che fanno bene ai polmoni); fuorviati dalle diagnosi assegnate alle ormai migliaia di persone ricoverate per problemi polmonari: le diagnosi sono liquidate come semplici polmoniti, al massimo influenza suina.

I rischi della pandemia per la Bielorussia sono quelli di tutti gli altri Paesi e, più il tempo passa, anche qui si potrà assistere alla  scomparsa di una generazione di anziani.

Ma, in Bielorussia, c’è un’aggravante.

A 34 anni dall’incidente di Chernobyl (il 26 aprile prossimo), sono presenti ancora le conseguenza dovute al fallout nucleare ed i più colpiti continuano ad essere i bambini, soprattutto quelli della seconda generazione in cui il danno, dimostrato e presente a livello genetico, li sta già condannando ad un futuro segnato da immunodepressione e dall’insorgere di varie patologie (innanzitutto problemi cardiaci e, a seguire, disturbi tiroidei, tumori, eventi trombotici ed infartuali, aborti).

Fra poco, come ogni anno, cominceranno, inoltre, a svilupparsi (per autocombustione e bracconaggio) gli incendi nella zona di esclusione. Il cesio 137 e lo Stronzio 90 presenti nelle piante, si libereranno e – seguendo le nuvole e i capricci meteorologi – si depositeranno nelle regione confinanti fra cui quella di Gomel, implementando gli effetti negativi e l’immunodepressione nelle popolazioni residenti.

La mancanza di misure di stretto e rigoroso contenimento, lascia presagire un futuro di pandemia ancora più tragica per la maggiore predisposizione immunologica dei bambini e delle loro famiglie di fronte agli effetti e alle complicazioni che può causare il COVID-19.

Un’altra grandissima fonte di preoccupazione è pensare che gli effetti negativi della pandemia si possano considerare risolti nel giro di un mese o due. Non voglia Dio che, nella seconda metà di luglio, si svolga, proprio a Vitebsk, il Festival Internazionale denominato “Slavianski Bazar” che raduna decine di migliaia di persone.

Mi rivolgo a tutti coloro, che ne hanno le possibilità o modalità, di fare giungere queste preoccupazioni all’OMS, alla Banca Mondiale, alla Comunità Europea, alla BERS affinché, da una parte, queste istituzioni possano fare pressione in modo tale che, senza perdere un minuto, siano adottate le misure di contenimento (in primo luogo la quarantena per tutto il paese) e, in secondo luogo, possano aiutare finanziariamente – e con i beni e le risorse che risultino necessari – un’economia che già di suo è al limite del collasso: senza indugio e con prodigalità!

Solo così si potrà impedire una strage di bielorussi; solo così, quando finiranno gli effetti nefasti della pandemia, si potranno ristabilire le modalità per una fiduciosa ripresa e spezzare quel perverso meccanismo che ha visto il popolo bielorusso patire sempre grandi perdite, prima a causa degli eccidi della seconda guerra mondiale e poi per le conseguenze dell’incidente nucleare di Chernobyl.

Facciamo in modo che questa evenienza non si verifichi per la terza volta!

Massimo Bonfatti

Presidente di Mondo in cammino

www.mondoincammino.org

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