La lettura di un articolo sulla persistenza delle conseguenze del fallout nucleare a 9 anni dall’incidente di Fukushima, mi ha indotto a scrivere il seguente articolo.

Sono periodi difficili, per alcuni tremendi, inimmaginabili solo un mese fa. Ed è passato solo un mese. E’ un periodo in cui scrivendo o lanciando messaggi si rischia di sembrare inopportuni e, forse, per qualcuno, offensivi. Ho un grande rispetto per le famiglie che hanno avuto lutti, per coloro che stanno soffrendo del contagio, per coloro che sono in quarantena, per gli infermieri, i medici, gli OSS che lottano vicino alle vittime rischiando la propria vita, per tutti coloro che stanno compiendo il proprio dovere (le forze dell’ordine, i lavoratori della logistica, del settore alimentare, energetico, i lavoratori delle fabbriche rimaste aperte, gli amministratori locali, i lavoratori dei trasporti, delle poste, dei servizi comunali, di tutti coloro che sono impegnati nei servizi utili ed essenziali, pubblici o privati che siano). Ho anche rispetto per quei politici (della maggioranza e dell’opposizione) che stanno cercando, fra mille difficoltà ed errori, di portare avanti questo nostro ora martoriato paese.

C’è un “mantra” rivolto al futuro che coinvolge tutti: “Andrà tutto bene” che dai mass media ai balconi ci aiuta ad essere fiduciosi. E’ un orizzonte che si intravede o che, in ogni caso, sappiamo che vedremo.

Però, tutto questo che c’entra con Fukushima e, per esteso, con il nucleare?

C’entra per fare un ragionamento comparativo.

“Andrà tutto bene” è un inno alla fiducia con la certezza che tutto finirà: fra tre mesi, un anno, non si sa. Ma certo finirà in un tempo determinato che possiamo immaginare concretamente. E la cosa più importante è che ci saranno i rimedi per sconfiggere il coronavirus: dalle medicine in grado di contrastarlo al vaccino. Ci sveglieremo da questo letargo sociale fra un po’, piangeremo i nostri morti, ci leccheremo le ferite, dovremo, forse, ricominciare da capo e costruire nuove certezze per quelle che abbiamo perse. Ma finirà!

Non le conseguenze di Fukushima, di Chernobyl, di tutto gli altri incidenti nucleari (manifesti o nascosti), dell’immenso fallout prodotto dalle esplosioni nucleari durante la guerra fredda. Quando finiranno? Non è possibile, a differenza del coronavirus, vedere un orizzonte, porre un limite temporale: e al di là di ogni nostra possibile immaginazione, è infinito.  E non ci sono medicine, vaccini che tengano e non ce ne saranno…se non un unico rimedio per contrastarne l’incremento:  la nostra consapevolezza.

Ora siamo immersi nella giusta guerra contro il coronavirus, siamo disperati per i nostri morti: considerazioni di una realtà devastante per la quale ho ritenuto doveroso affidarmi alle precedenti note introduttive. Con il coronavirus tocchiamo con le nostre mani una guerra che si manifesta oggettivamente, che mostra le bare allineate nelle chiese di Bergamo, che sta limitando la nostra libertà di movimento.

Il nucleare, invece, nasconde gli effetti di una guerra di cui non ci accorgiamo e in cui non ci sentiamo coinvolti. Il Covid19 è astuto, però possiamo stanarlo e più lo cerchiamo più lo troviamo. Lo troviamo in tutte le vittime: quelle ammalate, quelle guarite, quelle che non gliel’hanno fatta. Le vittime del nucleare, invece, non si possono/vogliono cercare: sono nascoste nelle centinaia di migliaia di persone che nel mondo ogni anno sono vittime dell’epidemia di cancro che ci circonda e a cui assegniamo diverse cause, ma non quella da radiocontaminazione, se non per le vittime che vivono nelle zone di incidente nucleare, del cui conto viene ufficializzato il livello più basso, con una statistica lugubre perché menzognera; le vittime sono confuse nelle patologie cardiache che, per il tropismo del Cesio 137 nei confronti delle fibre cardiache, sono esponenzialmente esplose dopo il 1986 a  cominciare dall’Europa occidentale.

A dispetto di queste gravi conseguenze, il nucleare ci lascia, però, tranquilli perché infido, non limita le nostre libertà, ci permette di condurre come vogliamo la nostra vita quotidiana. Il nucleare, però, in 30 anni, nelle zone di Chernobyl, è riuscito a cambiare il Dna dei bambini e sta costringendo la“seconda generazione dei bambini di Chernobyl” a guardare il proprio futuro sotto il ricatto di patologie insidiose a cui, una buona parte di loro, non potrà sottrarsi né in giovane età né in età adulta. E mentre nelle regioni di Ivankiv, in Ucraina, questi bambini sono parte integrante di un genocidio strisciante (basta fare silenziosamente un giro nel cimitero), il fallout che da laggiù continua  a pervenirci – unito ai radionuclidi nascosti proditoriamente nel terreno e che già stanno contaminando oltre il 10% della nostra alimentazione – insidia pian piano, ma progressivamente, quel DNA umano che ci costituisce e che è simile a quello dei bambini di Ivankiv, di Gomel, di Fukushima,  a quello dei bambini delle prossime generazioni.

L’elenco è lungo e continuare si corre il rischio di aggiungere apprensione all’apprensione e allo sconforto.

Stiamone certi: sconfiggeremo il coronavirus e tanto prima se tutti ce ne staremo rigorosamente a casa, tranne i casi di necessità che non devono avvalersi delle solite furberie per aggirare le regole, che più che astute sono criminali.

Dal disastro causato dal coronavirus sta emergendo anche un senso di responsabilità e solidarietà che fa compiere a tutti un esercizio di democrazia: quello che faccio per me lo faccio per gli altri, quello che faccio per gli altri lo faccio per me. Le misure di mitigazione sono regole salvavita: reciproche!

Ma non così per il nucleare!

Passato il coronavirus (e il più in fretta possibile), bisognerà fare in modo che i segni delle ferite che sono state inferte in ognuno, restino per ricordarci che non dobbiamo permettere ad altre minacce di cambiare i nostri stili di vita: il nucleare è una di queste. C’è anche il cambiamento climatico che, però, pur nella sua gravità, è evidente e palese ai nostri occhi. Il nucleare no, perché è e sarà sempre subdolo, a meno che un incidente ci spaventi perché vicino a noi, ma solo per il periodo sufficiente per protestare e poi dimenticarcene, perché il nucleare – in situazione ordinaria – non si vede, non si sente, non sporca, non fa rumore.

Il coronavirus sta impegnando tutta la comunità mondiale ad un confronto per sconfiggerlo: dalla paura stanno nascendo opportunità, scambio di informazioni, sperimentazioni di una nuova democrazia. Nel nucleare, fin dalla sua nascita non esiste democrazia, infarcito di bugie e censure che hanno trovato il loro maggiore punto di incontro nell’accordo fra OMS/AIEA del 28 maggio 1959: sì proprio quella OMS che ogni giorno dirama comunicati a tutela della salute di tutti i cittadini del mondo per fare fronte al coronavirus e che, dall’altra parte, ha censurato e continua a censurare o meglio minimizzare, a favore della lobby nucleare, tutte le conseguenza sanitarie dei precedenti fallout nucleari, di quelli attuali, così come continuerà a farlo per quelli futuri, finché l’accordo sarà in vigore.

Il coronavirus ci sta facendo scoprire la necessità del rispetto verso tutte le forme di vita del mondo e verso “madre natura”; ci sta facendo scoprire che il nostro egoismo antropomorfo che anteponiamo ad ogni scelta sociale  e di sviluppo, ci pone di fronte a dei cambiamenti e risposte da parte di “madre natura” che coinvolgono – umiliando la nostra alterigia – virus, batteri, microorganismi ed ogni componente, organica o meno, del pianeta.

Non chiedo alle nostre ferite di continuare a sanguinare in futuro: sarei contento che il 10% di tutte le persone coinvolte, direttamente o indirettamente, nell’emergenza coronavirus, cominciasse a capire la necessità di sconfiggere il virus dell’ignoranza, dell’imbonimento e delle falsità. E uno dei prossimi virus da sconfiggere dovrà essere quello della follia nucleare, in grado si sopravvivere a  tutti gli altri virus, a tutti i cataclismi, al terrorismo, ai conflitti e alla fine dell’uomo.

Massimo Bonfatti 21/03/2020

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