In questi tempi di coronavirus, il mio sguardo e la mia attenzione solidaristica vanno verso tutte le popolazioni che vivono nelle cosiddette “zone rosse”, con la stessa partecipazione che travalica i confini nazionali e si dirige verso altre popolazioni. Con un sentimento di empatia maggiore: faccio parte, per almeno tre “evenienze”, delle categorie ritenute “fragili”, quelle che – in caso di positività – rientrano poi nel novero freddo e statistico dei decessi ritenuti, qualora si verificassero, inevitabili.

Ogni tanto qualche brivido mi percorre la schiena ponendomi di fronte il senso di responsabilità che devo ancora avere verso mio figlio adolescente e aggrappandomi all’istinto di sopravvivenza. Ad essi si oppone – per quanto il fatalismo e la sana follia del mio carattere  me lo consentano – il fatto di sentirmi “soggettivamente” in forma o “oggettivamente” non peggio di altre persone.

Infine, mi sento coinvolto, perché in empatia con infermieri, OSS, medici, tecnici di radiologia e laboratorio e con tutto quel personale sanitario che coraggiosamente è adesso in prima linea e di cui, fino a qualche mese fa, facevo parte.

Premesse personalistiche, ma doverose per non essere frainteso in ciò che di seguito dirò, a cominciare dalla constatazione che solo nel mio impegno volontaristico e nella solidarietà trovo gli strumenti, soggettivi ed oggettivi, per immunizzarmi contro ogni tipo di virus e per creare prospettive di futuro, necessarie, oltre e nonostante me.

Non è il momento, per quanto il coronavirus evochi scenari allarmistici e apocalittici sul piano economico, sociale ed individuale, di abdicare al senso civico della solidarietà rifugiandosi nel proprio particolare.

Il coronavirus ci sta dando una grande lezione: in questo momento, noi siamo gli altri.

E’ un’epidemia che trova nel profitto ed egoismo umano le sue radici, nell’incapacità di rispettare tutte le forme – viventi e non -, nello sfruttamento selvaggio del pianeta e che – nella mancanza dell’etica del futuro per le prossime generazioni – genera le premesse per diventare una  vera e propria pandemia morale.

Sul coronavirus si sentono diverse storie, si fanno congetture e si è dato adito ad una dietrologia degna delle migliori spy story. Ma c’è un elemento che è assolutamente innegabile e veritiero: il coronavirus è frutto – chiamatelo come volete – dell’antropizzazione del pianeta. Da questo punto di vista il virus è come se fosse stato generato dall’attività umana e da quel mancato rispetto, già accennato, della biodiversità e dell’equilibrio di ogni forma vivente che, in ultima analisi, è l’unica norma su cui può reggere il progresso umano.

Tra qualche mese saremo fuori dall’emergenza del coronavirus, ma altre emergenze – a cui non stiamo dando la giusta importanza – rimarranno. Si festeggerà per avere superato il momentaccio, ci si sentirà soddisfatti per avere confidato nella capacità salvifica della scienza e nelle proprietà taumaturgiche di eventuali cure contro i sintomi o nei vaccini (Scienza o Big Pharma?), e così, ancora più confortati, si procederà verso un futuro illuminato dalla nostra forza antropica.

Ma la nostra vera salvezza, invece, sarà solo se manterremo alto – nonostante tutte le zone rosse che verranno frapposte – il nostro impegno per la solidarietà che vuol dire, a seconda delle necessità, sia denuncia che aiuto concreto, consapevoli che, il più della volte, entrambi viaggiano a braccetto perché non esiste e non può esistere solidarietà senza giustizia e rispetto dei diritti umani.

Ora, in cui noi siamo siamo gli altri, ricordiamoci che quando usciremo da questo momento sarà per solidarietà altrui (ed in essa rientra l’attuale rispetto delle regole di buona convivenza impartite); ricordiamoci che resteranno le altre emergenze per cui abbiamo chiuso gli occhi, in primis i conflitti e le emergenze umanitarie disseminate in tutto il mondo.

Ricordiamoci, soprattutto, che non è vero che quello che riguarda gli altri non possa riguardarci: prima gli untori erano a migliaia di chilometri da noi, ora siamo noi, domani saranno coloro che oggi ci  giudicano untori.

La solidarietà non ha confini di prossimità: sono prossimi i miei familiari come i cinesi che risiedono a Wuhan. Cambiamo solo le modalità o il percepito, o momentaneamente necessario, senso di contingenza.

Ogni volontario impegnato in solidarietà saprebbe quali argomenti apportare in base ai propri ambiti di intervento. Ed io, giocoforza, voglio parlare a nome dell’ODV Mondo in Cammino che rappresento. Gli ambiti di intervento sono sia nazionali che internazionali. Voglio rifarmi ad uno degli ambiti che viene maggiormente riconosciuto, quello nucleare.

Penso sia facilmente intuibile che l’emergenza della contaminazione radioattiva sopravvivrà per tantissimo tempo al coronavirus: chi potrebbe ignorarlo  o è inconsapevole, o è stolto o, peggio ancora, criminale.

E’ innegabile, infatti (ma non è qui il caso di farne un trattato), che una discreta quota della nostra alimentazione è contaminata da radionuclidi; è innegabile che la radioattività che non si rileva nell’ambiente è annidata nei terreni e contamina la catena alimentare; è innegabile, per esempio, che in seguito al fallout di Chernobyl le patologie più rilevanti, in Europa, siano state quelle cardiocircolatorie e che le statistiche dal 1986 in poi lo dimostrino; è innegabile l’aumento delle patologie tiroidee registrato in Italia in seguito al fallout del 26 aprile 1986; è innegabile che il Cesio 137 sia ancora presente nei funghi raccolti lungo l’arco alpino; è “presumibile” che in Italia arrivi grano “radioattivo” dall’Ucraina; è innegabile che il danno radioattivo si sia insinuato a livello genetico, soprattutto nelle popolazioni che vivono ai margini della zona di esclusione di Chernobyl; è innegabile che il rilascio in acqua dei radionuclidi di Fukushima contamini il pescato del Pacifico; è stato comprovato ed è intuibile che, a causa della zona di provenienza dei mirtilli, una famosa industria conserviera possa avere introdotto impunemente in commercio una marmellata insaporita con radionuclidi; è chiaro che le norme sui livelli ammissibili di contaminazione radioattiva negli alimenti non tengano conto del concetto di cumulo e stabiliscano pure livelli per i radionuclidi antropogenici allo scopo di spacciare come credibili e a difesa dell’utente regole che non dovrebbero esistere. E, senza parlare dell’accordo truffa fra OMS/AIEA (sì, proprio quell’OMS che adesso sforna indicazioni a ritmo continuo sul coronavirus, ma tace sulle reali conseguenze degli incidenti nucleari), mi fermo qui.

E, allora, cosa c’entra tutto questo con il coronavirus, con la solidarietà?

C’entra!  Il coronavirus ci ha trasformati in altri e ci sta dimostrando che ne usciremo solo se molti altri (sia all’interno che fuori dalle zone rosse) diventeranno noi. La solidarietà, anche solo come atteggiamento culturale, ne è la chiave!

E’ lo stesso meccanismo per cui non possiamo pensare che quel danno genetico che ora intacca la crescita della seconda generazione dei bambini di Chernobyl non possa colpire, un domani, le nostre future generazioni. La solidarietà che adesso rivolgiamo a loro è la stessa che dovremo rivolgere a noi stessi se non sapremo fermare la follia nucleare; il DNA umano dei bambini di Chernobyl è uguale al nostro, al mio, a quello dei nostri figli. I danni che vediamo in loro potranno essere i nostri: loro sono noi già da adesso così come noi siamo già loro.

Vale per tutto e vale, soprattutto, mantenere memoria: memoria del passato e del presente proiettata nel futuro. Così, per citare un altro esempio, la memoria che in passato ci ha permesso di aiutare i terremotati del Centro Italia, quelli stessi che ora vivono dimenticati con le medesime macerie di quando erano al centro dell’attenzione. Tenere viva la memoria, non dimenticarli, è solidarietà. Prossimi disastri ambientali (e i cambiamenti climatici assieme all’orografia del nostro territorio, purtroppo, ce li evocano) potranno creare altri oblii e potremmo essere noi stessi i dimenticati. Non lo saremo se la solidarietà data ci ritornerà e di sicuro ritornerà, forse in forme e modalità diverse da quelle erogate o che non sapremo riconoscere.

I bambini di Chernobyl, i terremotati, i cinesi, gli emigranti, la gente del Donbass, i connazionali che usufruiscono delle varie mense dei poveri, i minori di Aleppo (e così via) sono la faccia di una stessa medaglia, sono parte di uno stesso pianeta. Così, come oggi, il coronavirus. Ieri erano altri il problema, ora il problema siamo noi, altri ancora lo saranno domani.

Non possiamo salvare il mondo, ma possiamo e dobbiamo allenarci ogni momento, pur in situazioni critiche, alla solidarietà: ognuno con le proprie capacità, con le proprie forze, con la coscienza di questa interconnessione da cui dipende la sopravvivenza del pianeta e che è l’arma più efficace per sconfiggere il coronavirus ora e ogni coronavirus del futuro con tutte le sue mimetizzazioni e sfacettature, in primis quelle del menefreghismo, dell’egoismo e dell’irresponsabilità verso un destino che ci è comune.

Io cercherò di rimanere allenato e farò in modo che sentimenti negativi non prendano il sopravvento su di me e sulle mie “fragilità” e prego ognuno di voi di aiutarmi aderendo a Mondo in cammino che, proprio a partire dalla contingenza di questa emergenza, deve essere capace di esprimere un maggiore potenziale di solidarietà. Un futuro senza Mondo in cammino o con Mondo in cammino depotenziato ci farà sentire più poveri e ancor più impreparati superata l’emergenza del coronavirus (vale per tutte le associazioni e per tutto il volontariato, ma il mio appello è “istituzionalmente” doveroso per Mondo in cammino).

Facciamo in modo che la sconfitta del coronavirus non diventi una vittoria di Pirro.

Anche rimanendo a casa possiamo allenarci adeguatamente alla solidarietà: per aderire a Mondo in cammino, scegli una delle opzioni qui riportate: https://www.mondoincammino.org/tesseramento/ Causale: adesione 2020

Il volontariato per me, e la solidarietà per tutti, saranno il giusto antidoto per una immunità permanente.

Massimo Bonfatti

Presidente di Mondo in cammino

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